sabato 12 gennaio 2008
Secondo video degli Ebénè Ivoire - Down by The Riverside
secondo video deglie Ebénè Ivoire
per augurarvi un incredibile 2008
vi regaliamo una versione nuda e cruda di down by the riverside, riesumata dagli archivi de materiale video sugli ultimi giorni a garoua
si ringrazie Luigi per il filmato
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video paolo
giovedì 25 ottobre 2007
25/10/07 - da quasi un mese nella capitale mondiale della moda
Carissimi,
sono da quasi un mese nella capitale mondiale della moda, che per i primi giorni ho vissuto da turista meravigliandomi di quanto sia buono il cibo, quanto vecchia la popolazione e quanto ordinata la vita. Il salto da Garoua a Milano è esagerato. Non nego che tornare dopo 9 mesi d’africa e sbarcare qui, sia altamente disorientante.
Ovviamente è bellissimo farsi coccolare da famiglia e fidanzata, ritrovare gli amici, la musica, una città con così tante opportunità...ma è a anche vero che in un nanosecondo ci si accorge di come le opportunità siano troppe, di come il privilegio di poter scegliere sia in realtà un illusione, e di come questa società sia studiata apposta perché non si possa non cadere tra le braccia della subdola ma affascinante sirena che ogni giorno ti invita ad essere qualcuno che non sei.
Vorrei condividere con voi questo passo di un libro che avevo già citato in precedenza su questo sito, ovvero Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus.
Siamo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta ed il premio Nobel, appena approdato dal Bangaladesh in una delle più rinomate università statunitensi, incappa in un pranzo con gli amici americani, incarnando con questa scena farsesca le difficoltà di uno straniero davanti ad un insolita possibilità di scelta.
Un giorno Cheryl mi domandò:
“Come le vuoi le uova?”
“Cosa intende? Non capisco la domanda…”
“Le vuoi al tegamino, strapazzate, sode in camicia, o vuoi una frittata...”
“Al tegamino.”
“Va bene, e come te le faccio?”
“Gliel’ho appena detto…al tegamino.”
“Si, ma col rosso in alto o rivoltate?”
“Non ha importanza.”
A quel punto i miei amici si erano fatti attorno per consigliarmi, ridendo della mia sprovvedutezza e cercando di spiegare a Cheryl che noi bengalesi eravamo diversi.
“Allora col rosso in alto,” dissi alla fine, imbarazzato per la mia indecisione e consapevole del fatto che stavo dando spettacolo.
“Morbide o ben cotte?”
“Come le sembra meglio.”
“Con il pane, le cialde o le fette tostate?”
”Mi va bene qualsiasi cosa.”
“E per contorno cosa desideri: patate fritte, purè o crocchette di patate?”
Per un po’penai che lo facesse apposta per rendermi ancora più ridicolo di fronte agli altri. Ma poi capii che l’America era quella: la possibilità di scegliere tra una gamma infinita di cose.
Ecco, quell’America del ’68 per un bengalese, somiglia tantissima a quest’Italia d’oggi per me.
Non che un anno fa fosse diversa ma probabilmente una parentesi anche non lunga in un luogo in cui lo stile di vita è così diverso, contribuisce a farmi stupire di alcune facce di una realtà che credevo di conoscere e che invece mi risulta così curiosa dopo nove mesi di cameroun.
Mi trovo disorientato.
Probabilmente sono alla domanda “Con il pane, le cialde o le fette tostate?” e poi anch’io stremato dovrò rispondere forse rassegnato che mi va bene qualunque cosa.
Non per ripudiare una conquista sociale che va a vantaggio dei tanti che, buon per loro, sono capaci di districarsi in questo marasma di possibilità, ma la prima impressione di un espatriato che si imbatte nuovamente nel suo vecchio mondo è che forse c’abbiamo un po’calcato la mano.
Con un universo rigurgitante di colori ancora fresco negli occhi vi saluto regalandovi (nel prossimo post) un nostalgico souvenir di una delle esperienze più divertenti degli ultimi giorni passati a Garoua: la realizzazione del video di “Ide mada odo Sakli am”, che abbiamo appena finito di montare e che ora è a disposizione del grande pubblico.
Con affetto
jj escalante
sono da quasi un mese nella capitale mondiale della moda, che per i primi giorni ho vissuto da turista meravigliandomi di quanto sia buono il cibo, quanto vecchia la popolazione e quanto ordinata la vita. Il salto da Garoua a Milano è esagerato. Non nego che tornare dopo 9 mesi d’africa e sbarcare qui, sia altamente disorientante.
Ovviamente è bellissimo farsi coccolare da famiglia e fidanzata, ritrovare gli amici, la musica, una città con così tante opportunità...ma è a anche vero che in un nanosecondo ci si accorge di come le opportunità siano troppe, di come il privilegio di poter scegliere sia in realtà un illusione, e di come questa società sia studiata apposta perché non si possa non cadere tra le braccia della subdola ma affascinante sirena che ogni giorno ti invita ad essere qualcuno che non sei.
Vorrei condividere con voi questo passo di un libro che avevo già citato in precedenza su questo sito, ovvero Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus.
Siamo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta ed il premio Nobel, appena approdato dal Bangaladesh in una delle più rinomate università statunitensi, incappa in un pranzo con gli amici americani, incarnando con questa scena farsesca le difficoltà di uno straniero davanti ad un insolita possibilità di scelta.
Un giorno Cheryl mi domandò:
“Come le vuoi le uova?”
“Cosa intende? Non capisco la domanda…”
“Le vuoi al tegamino, strapazzate, sode in camicia, o vuoi una frittata...”
“Al tegamino.”
“Va bene, e come te le faccio?”
“Gliel’ho appena detto…al tegamino.”
“Si, ma col rosso in alto o rivoltate?”
“Non ha importanza.”
A quel punto i miei amici si erano fatti attorno per consigliarmi, ridendo della mia sprovvedutezza e cercando di spiegare a Cheryl che noi bengalesi eravamo diversi.
“Allora col rosso in alto,” dissi alla fine, imbarazzato per la mia indecisione e consapevole del fatto che stavo dando spettacolo.
“Morbide o ben cotte?”
“Come le sembra meglio.”
“Con il pane, le cialde o le fette tostate?”
”Mi va bene qualsiasi cosa.”
“E per contorno cosa desideri: patate fritte, purè o crocchette di patate?”
Per un po’penai che lo facesse apposta per rendermi ancora più ridicolo di fronte agli altri. Ma poi capii che l’America era quella: la possibilità di scegliere tra una gamma infinita di cose.
Ecco, quell’America del ’68 per un bengalese, somiglia tantissima a quest’Italia d’oggi per me.
Non che un anno fa fosse diversa ma probabilmente una parentesi anche non lunga in un luogo in cui lo stile di vita è così diverso, contribuisce a farmi stupire di alcune facce di una realtà che credevo di conoscere e che invece mi risulta così curiosa dopo nove mesi di cameroun.
Mi trovo disorientato.
Probabilmente sono alla domanda “Con il pane, le cialde o le fette tostate?” e poi anch’io stremato dovrò rispondere forse rassegnato che mi va bene qualunque cosa.
Non per ripudiare una conquista sociale che va a vantaggio dei tanti che, buon per loro, sono capaci di districarsi in questo marasma di possibilità, ma la prima impressione di un espatriato che si imbatte nuovamente nel suo vecchio mondo è che forse c’abbiamo un po’calcato la mano.
Con un universo rigurgitante di colori ancora fresco negli occhi vi saluto regalandovi (nel prossimo post) un nostalgico souvenir di una delle esperienze più divertenti degli ultimi giorni passati a Garoua: la realizzazione del video di “Ide mada odo Sakli am”, che abbiamo appena finito di montare e che ora è a disposizione del grande pubblico.
Con affetto
jj escalante
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mail paolo
domenica 30 settembre 2007
29-09-07 - una notte e 4000 Km mi separano da casa
Carissimi amici,
una notte e 4000 km mi separano da casa: domani a quest'ora sarò già avvolto nel familiare caos dell'insonne e rumorosa Milano, col cuore in gola probabilmente e ansioso di riprendermi quello che per questi lunghi mesi ho lasciato.
Erano esattamente nove mesi fa, ero nello stesso posto alla stessa ora. Quella volta Nsimalen puzzava di nuovo e io ero straniero. Oggi sono sempre straniero ma l'aeroporto non puzza più.
Caro jj, come back to what you know. Il tuo mondo ti accoglie affamato di storie e tu gliele darai. Per un po' farà male e ti sentirai più straniero che a Nsimalen ma cederai alla voglia di racconti esotici fatti di stregoni col granchio, di scimmie di Amougou e di ragazzi senza casa. Ti dimenticherai dei discorsi sull'assenza di tensione professionale, sul progredire senza cedere all'occidentalizzazione e sull'evoluzionismo antropologico. Te ne dimenticherai proprio perché questa volta parti per un mondo che tu conosci e che sai cosa vuole.
Una volta tornato chiuderò la porta della camera in Cameroun, questo spazio infinito che ha permesso a tanti di sognare. Chissà, forse la finestra si aprirà domani sulle pampas o sugli ignoti deserti diffonici della Mongolia Quel che è sicuro è che per un po'si affaccerà sulla meno curiosa ma non meno meritevole via Tadino, con le sue persone e i suoi racconti.
E' difficile dire cosa mi mancherà, la lista sarebbe infinita ma sono tante anche le cose che mi sono mancate, tante davvero.
E' difficile mettere un punto ad una storia così, ma è bello sapere di poter cominciare la prossima con la lettera maiuscola.
E' difficile selezionare i momenti più belli, ma ci sono alcune immagini che neanche il tempo potrà cancellare.
Non mi scorderò del penultimo viaggio in treno per Yaounde quando cominciando a intravedere il saliscendi dei quartieri periferici il mio compagno di stanza esclamò con entusiasmo"benvenuto nella città dai sette colli!" E della sorpresa presto ricambiata quando gli dissi che di città dai sette colli ne esisteva una anche da me. Ci siamo messi a ridere pensando a quanto siamo chiusi nei nostri piccoli universi.
Nessuno mi porterà via il senso di incomprensione e di maledetta impotenza davanti alle parole di una mamma che confessava con disarmante onestà di ricorrere sovente ad una catena di ferro per impedire al suo bambino (di sei anni) di scappare continuamente da casa.
Non mi dimenticherò mai di quella bambina che, un giorno che camminavo tranquillo in quartiere, corse verso di me e con due occhi esitanti e sospettosi mi chiese
"Est-ce que tu es vraiment blanc?". Da allora mi è capitato più volte desiderare di addormentarmi e risvegliarmi nero, perché ci sono delle cose di questo mondo che da bianchi è pretenzioso sperare di capire.
Dell'Africa non è possibile lavarsi una volta tornati a casa e anche se la mia Africa non è vittima di guerre né muore di fame, non per questo il ricordo di certi vissuti sarà meno rovente.
Non basteranno certo quei quattro batik appesi al muro a rendere il reinserimento più facile, nè le lettere, né le fotografie, né i cd dei Faadah Kautal, ma sono contento di rivedervi e di potervi raccontare una volta di più tutto questo cammino.
jj escalante
una notte e 4000 km mi separano da casa: domani a quest'ora sarò già avvolto nel familiare caos dell'insonne e rumorosa Milano, col cuore in gola probabilmente e ansioso di riprendermi quello che per questi lunghi mesi ho lasciato.
Erano esattamente nove mesi fa, ero nello stesso posto alla stessa ora. Quella volta Nsimalen puzzava di nuovo e io ero straniero. Oggi sono sempre straniero ma l'aeroporto non puzza più.
Caro jj, come back to what you know. Il tuo mondo ti accoglie affamato di storie e tu gliele darai. Per un po' farà male e ti sentirai più straniero che a Nsimalen ma cederai alla voglia di racconti esotici fatti di stregoni col granchio, di scimmie di Amougou e di ragazzi senza casa. Ti dimenticherai dei discorsi sull'assenza di tensione professionale, sul progredire senza cedere all'occidentalizzazione e sull'evoluzionismo antropologico. Te ne dimenticherai proprio perché questa volta parti per un mondo che tu conosci e che sai cosa vuole.
Una volta tornato chiuderò la porta della camera in Cameroun, questo spazio infinito che ha permesso a tanti di sognare. Chissà, forse la finestra si aprirà domani sulle pampas o sugli ignoti deserti diffonici della Mongolia Quel che è sicuro è che per un po'si affaccerà sulla meno curiosa ma non meno meritevole via Tadino, con le sue persone e i suoi racconti.
E' difficile dire cosa mi mancherà, la lista sarebbe infinita ma sono tante anche le cose che mi sono mancate, tante davvero.
E' difficile mettere un punto ad una storia così, ma è bello sapere di poter cominciare la prossima con la lettera maiuscola.
E' difficile selezionare i momenti più belli, ma ci sono alcune immagini che neanche il tempo potrà cancellare.
Non mi scorderò del penultimo viaggio in treno per Yaounde quando cominciando a intravedere il saliscendi dei quartieri periferici il mio compagno di stanza esclamò con entusiasmo"benvenuto nella città dai sette colli!" E della sorpresa presto ricambiata quando gli dissi che di città dai sette colli ne esisteva una anche da me. Ci siamo messi a ridere pensando a quanto siamo chiusi nei nostri piccoli universi.
Nessuno mi porterà via il senso di incomprensione e di maledetta impotenza davanti alle parole di una mamma che confessava con disarmante onestà di ricorrere sovente ad una catena di ferro per impedire al suo bambino (di sei anni) di scappare continuamente da casa.
Non mi dimenticherò mai di quella bambina che, un giorno che camminavo tranquillo in quartiere, corse verso di me e con due occhi esitanti e sospettosi mi chiese
"Est-ce que tu es vraiment blanc?". Da allora mi è capitato più volte desiderare di addormentarmi e risvegliarmi nero, perché ci sono delle cose di questo mondo che da bianchi è pretenzioso sperare di capire.
Dell'Africa non è possibile lavarsi una volta tornati a casa e anche se la mia Africa non è vittima di guerre né muore di fame, non per questo il ricordo di certi vissuti sarà meno rovente.
Non basteranno certo quei quattro batik appesi al muro a rendere il reinserimento più facile, nè le lettere, né le fotografie, né i cd dei Faadah Kautal, ma sono contento di rivedervi e di potervi raccontare una volta di più tutto questo cammino.
jj escalante
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